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ASIA CHE RIDE

La foto della sua bambina sta lì, appesa alla bianca parete sopra il letto. S. la guarda e ride con gli occhi, mentre dal cuore si staccano pezzi di dolore. Si è allontanata, alla fine, dalla piccola Asia per dare inizio ad un nuovo percorso di recupero dalla tossicodipendenza. Dall’eroina. Dalla cocaina. Si è chiusa all’interno di una comunità lasciando fuori l’unica creatura al mondo capace di ridonarle la percezione di essere ancora viva, nonostante tutto, nonostante tutta la fatica che la vita stessa richieda. S. guarda la foto di Asia che ride e sa che se esiste è solo per lei, per la sua bambina, per quel miracolo sbocciato da un corpo che si credeva inerte. Un corpo spento come il lungo, lunghissimo inverno prima della sua nascita. Un inverno privo di qualsiasi bagliore. Giornate di solitudini e vapori, chiusi tra le mura di un appartamento senza amore. Corpi stanchi che si incontravano nel fumo, in una luce fioca e senza calore. Immagini sfuocate, anime svuotate, esistenze trascinate lentamente col sottofondo di una canzone che era sempre la stessa. Fu la vita a tornare da S., la vita che lei aveva accantonato in un angolo tornò e si fece sentire con tutto il suo mistero, col suo strascico di meraviglia e di terrore. Esplose un battito dentro il suo battito. Un suono sordo, una scintilla, ma dentro di lei il buio diventò ancora più scuro. S. iniziò da sola a vivere il dramma di tutte le domande che la assalivano per volare poi via lontano, troppo lontano dal suo spirito che si raffreddava nell’attesa di un loro ritorno. Il suo uomo voleva che proseguisse la gravidanza ma lei, che fino a poche settimane prima aveva abitato in solitudine quel corpo stanco, sapeva che non esistevano condizioni favorevoli alla vita che le sbocciava dentro. Trascorsero mesi infiniti di vomito e cocaina, poi timori, ripensamenti, echi di quell’aborto di quando lei aveva solo ventidue anni, e la ragione sapeva di non poter proseguire un percorso tanto impervio. E ancora nausea, ancora una fumata, ancora dubbi: che futuro posso dare io, madre, a questo mio figlio? Poi un mattino, d’improvviso, la mente tacque, S. sentì solo quel piccolo cuore che sbatteva dentro il suo e visse una tregua coi fantasmi del suo passato, col rimorso per quel bambino mai nato, con la paura per questo che avrebbe visto la luce. Aveva preso la sua decisione, non avrebbe vissuto nuovamente nel rimpianto di un errore, non avrebbe negato a quella minuscola creatura il diritto di nascere e crescere, per quanto doloroso potesse essere. La dottoressa spostò l’ecografo per far vedere a S. i piccoli movimenti della sua bambina. Solo in quel momento realizzò che quel corpo apparteneva ad una piccolissima donna e la guardò piangendo lacrime di gioia. “Ciao Asia” le disse, come a chiederle un parere per quel nome che aveva scelto per lei. Forse una risposta, la piccola fece una linguaccia, una smorfia, un miracolo. Asia aveva fretta di conoscere la sua mamma, voleva nascere e, in un freddo pomeriggio di gennaio, si gonfiò del suo primo respiro col visino che le scoppiava di vita, col sangue positivo al metadone. S. sentì per la prima volta la pelle della sua bambina sui seni, la strinse con infinita gratitudine, con la consapevolezza che non sarebbe stata mai più sola. La piccola non poteva tornare a casa, sua mamma lo sapeva e visse il dramma dei ritorni solitari, quando calava la sera e faceva un freddo cane. Lasciava che la bambina venisse accudita dai medici, conosceva le procedure. Si sarebbero potute addormentare vicine solo dopo essere entrate in una comunità per madri tossicodipendenti e figli. E così tornava da sola in quell’appartamento in cui il padre non aveva ancora smesso di fumare cocaina per riaccendere i sensi ormai addormentati. S. attese consapevole che non avrebbe abbandonato Asia in quel reparto, non pensò mai di fuggire come erano fuggite tutte quelle donne a cui era mancato il coraggio di liberarsi dalla droga per dare a se stesse e ai loro bambini un’altra possibilità. Aspettava l’inizio della vita con sua figlia, la scalata della cura che, passo dopo passo, le avrebbe ricondotte a casa. Era il terzo tentativo di rendersi indipendente da quelle sostanze che l’avevano spenta, facendola sprofondare nel buio di tutte le paure non dette. Asia iniziò a crescere tra le mura della struttura che, dopo qualche mese dalla sua nascita, le prese in carico e si avvicinò sempre più a sua madre. Era già vivace nei movimenti ancora goffi, osservava curiosa tutto ciò che la circondava, aveva gli occhi scuri, grandi e un’empatia straordinaria per la sua età. Ma forse era Asia, nella sua piccola figura, ad essere straordinaria. All’interno di quella strana casa in cui abitava e in quella famiglia fuori dal comune, gioiva e piangeva sempre per un motivo ben preciso, viveva di emozioni grandi, molto più grandi di lei. Sembrava carpire ogni minima variazione dell’umore della sua mamma. Si smarriva nei capricci se la sentiva immersa nell’incertezza di un avvenire ancora invisibile. Avvertiva il suo sconforto profondo, soffriva dei rimorsi che sembravano offuscarle la mente e, col suo attaccamento primordiale alla vita, provava a mostrarle come, spesso, abitare il mondo richiedesse meno sforzi di quelli che lei si ostinava a compiere. Crebbe Asia e S. credette di potercela fare a proseguire la vita fuori dalla comunità per amore della figlia. Vivevano l’una per l’altra, strette in un abbraccio che non si esauriva mai. La accompagnava all’asilo come tutte le altre mamme, lavorava quando era da sola e cercava di seguire un po’ in disparte ogni piccola scoperta quotidiana che la bambina le faceva rivivere attraverso lo stupore dei suoi occhi. Non la difese ad ogni occasione, ma le insegnò a difendersi dalle prepotenze che avrebbe incontrato lungo il cammino, non pretese dalla bimba una forza smisurata e priva di emozioni, la educò a non aver timore di ciò che la sua anima sentiva. Le disse di non provare mai vergogna delle lacrime, di non trattenere mai una risata. Era una madre meravigliosa che voleva vedere la sua bambina crescere nei luoghi da cui lei era scappata, proteggerla dallo smarrimento in cui si era ritrovata lei, da quel posto in cui non esiste più la libertà di spirito e ci si muove lenti e doloranti, prigionieri di catene sempre più corte. S. non riuscì a rimanere astinente. Amava la sua Asia senza capire come fosse possibile amare, la amava senza provare amore per sé come donna. Era tornato il freddo dentro di lei, il gelo aveva iniziato a diffondere uno strato duro e trasparente sul suo animo atterrito di paura. Non riusciva S. a proseguire per la sua strada senza voltarsi indietro, non poteva separarsi dall’uomo che l’aveva fatta precipitare in un lungo sonno tormentato. Si fermò e girò la testa per vedere ciò che era stata e capì di non saper ancora vivere come tutti pretendevano che lei vivesse. Precipitò in un nuovo abisso, conosciuto e inconoscibile allo stesso momento. Si chiuse nel bagno di casa, cercò di tenere fuori Asia, di non mostrarle quanto poteva diventare fragile la sua mamma di fronte a quel mostro che esigeva un sacrificio perenne. La bambina stava immobile al di là della porta chiusa, voleva entrare. “E’ così importante quello che stai facendo, mamma?”. Ed era troppo tardi perfino per nascondersi, il mostro cresceva a dismisura, si nutriva del suo sangue, dalla sua stessa vita. S. camminava senza più forze e lasciava dietro di sé scenari brulli e desolati dove neanche Asia poteva più arrivare. Pagine e pagine di favole non lette, canzoni non urlate a squarciagola in macchina, sogni interrotti e sbiaditi in un cassetto chiuso da mesi. “Perché sei triste, mamma?”. La bambina ebbe il coraggio di chiederglielo guardandola negli occhi mentre un pomeriggio giocavano tra le lenzuola del lettone sfatto. S. tacque, rimase tramortita e fu scaraventata dal mondo in cui si era andata a cacciare alla camera in cui lei e sua figlia si guardavano come mai avevano fatto prima. Un abbraccio lungo tra i singhiozzi di chi crede di aver perso tutto ma non rinuncia alla speranza di poter ritrovare qualcosa dentro di sé, qualcosa da cui ricominciare. Ancora una volta. Ancora una. Rinascere per non morire, per tornare ad avere il desiderio di un futuro da condividere, per riscoprire la bellezza che si nasconde nelle pieghe della vita. Un po’ più in superficie rispetto al fondo in cui ci si perde, dove il buio nasconde tutto il dolore e lo fa crescere a dismisura. “La mamma deve tornare a curarsi, amore. Non avere paura”. S. guarda la foto della sua bambina appesa alla bianca parete sopra il letto e ritrova Asia. Asia che ride, Asia che vive, Asia che sogna e non si stanca di aspettare. Vedrà arrivare sua madre più bella che mai e felice, finalmente felice, di aver ritrovato da sola la strada di casa. Disegna un albero Asia, un albero pieno di fiori rosa che sbucano da tutte le parti, dal tronco, dalle radici e inondano il foglio di colori. S. sorride, guarda quei fiori appesi accanto alla foto e sa che sono sogni segreti che sbocciano leggeri anche dal fondo, anche da dove gli altri credono non possa nascere più nulla.

Parole di Valentina Cambiago e Immagini di Paolino Urban

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